QUANDO IL PAZIENTE NON PIACE, il suo dolore è preso meno seriamente

Dott.ssa Laura Ravaioli (psicologa)
Unità Operativa di Medicina del Dolore, Ospedale Privato S. M. Maddalena (Occhiobello, RO)
Recensione dell’articolo “When you dislike patients, pain is taken less seriously” di L. De Ruddere, L. Goubert, K.M. Prkachin, M.A.L. Stevens, D.M.L. Van Ryckeghem, G. Crombez, in Pain 152 (2011) pgg 2342-2347
dalla Rivista “Medicina del Dolore”, Luglio 2012

Questo articolo dei colleghi della Ghent University del Belgio (con la collaborazione di Prkachin, canadese) porta un titolo accattivante e provocatorio per tutti coloro che si occupano di patologie dolorose e che sono alle prese quotidianamente con la valutazione del dolore nel paziente; esso riporta in modo veloce e semplice uno studio che esamina l’influenza della piacevolezza del paziente (likability, in inglese, da “to like” =piacere) sulla valutazione fatta dall’osservatore; l’assunto può sembrare banale o scontato: fa parte dell’animo umano, una variabile universale, un meccanismo inconsapevole della nostra mente. Proprio per questo credo che non vada sottovalutato in quanto può portare ad una valutazione errata del dolore, diventare una diagnosi incorretta e proseguire con una presa in carico inadeguata del paziente.

L’introduzione riassume i precedenti studi sull’argomento e alcune variabili che influenzano la valutazione del dolore: fattori relativi al paziente (l’espressione del dolore e la sua attrattività fisica), fattori relativi all’osservatore (la tendenza a catastrofizzare il dolore e le precedenti esperienze con il dolore degli altri), fattori contestuali (presenza di una patologia medica).

Rispetto alla piacevolezza del paziente (specificato come “il grado in cui il paziente piace a un individuo”) i precedenti studi hanno dimostrato che gli osservatori attribuiscono sintomi più severi (più dolore, disagio e disabilità) ai pazienti che piacciono piuttosto che a quelli che non piacciono.

Lo studio di cui è oggetto questo articolo ha voluto verificare questo assunto ampliando la ricerca a pazienti “veri” e non fittizi; è stata manipolata la “piacevolezza” del paziente mostrando agli osservatori fotografie dei pazienti ed associando ciascuna fotografia a aggettivi che indicavano tratti di personalità positivi, neutri o negativi; dopodiché sono stati mostrati i video dei pazienti che esprimevano con la mimica facciale diversi livelli di dolore, da “nessun dolore”, al dolore medio fino al dolore intenso, ed i 40 osservatori avevano il compito di valutarne l’intensità.

I risultati hanno indicato che le valutazioni di dolore più basse (attraverso la Visual Analogic Scale), così come la difficoltà a discriminare tra vari livelli di espressione di dolore, erano attribuite ai pazienti precedentemente associati con tratti di personalità negativi : “Pazienti associati a tratti negativi sono stati valutati come meno piacevoli dei pazienti associati a tratti neutri, e pazienti associati con tratti neutri erano valutati come meno piacevoli dei pazienti associati a tratti positivi.

E’ emerso che il dolore dei pazienti che non piacciono e che mostravano un alto livello di dolore è stato valutato come meno intenso del dolore dei pazienti che piacciono e che mostrano lo stesso alto livello di dolore. Inoltre, gli osservatori erano meno sensibili verso il dolore dei pazienti valutati negativamente rispetto a quelli valutati positivamente.

Non è stata riscontrata alcuna influenza della piacevolezza del paziente sul bias di risposta-ovvero la tendenza generale ad attribuire dolore ad un paziente senza tener conto della sue azioni.” (…)

Tra i limiti dello studio l’articolo riporta il fatto che gli osservatori fossero gente comune, e la necessità dunque di una certa cautela nel generalizzare i risultati ai professionisti che si occupano della valutazione del dolore; un secondo limite era la scelta del tipo di osservazione, che riguardava la sola espressione facciale lasciando fuori tutta la complessità dei movimenti corporei.

L’articolo si chiude auspicando ulteriori ricerche sulle conseguenze della valutazione sottostimata del dolore dei pazienti che non piacciono ed una replica della ricerca con l’ausilio di osservatori professionisti del settore.

Certamente questo articolo offre uno spunto per interrogarci su alcune difficoltà che incontriamo nei nostri ambulatori con alcuni tipi di pazienti, ma ancora di più, lo studio ci indica ciò che avviene ai nostri pazienti nel loro ambiente familiare, sociale, lavorativo, e ci da la misura dell’importanza della personalità del paziente… infatti, affinché il suo dolore sia preso seriamente, oltre alla necessità di avere un riscontro organico, egli si deve preoccupare anche di risultare simpatico…