IL BINOMIO DANTE E MEDICINA

Prof. A. Chiaretti
Presidente del Centro Dantesco San Gregorio in Conca.

 

Abbiamo il piacere di condividere con i lettori un estratto della relazione “Il Binomio Dante e Medicina” che il Prof. Angelo Chiaretti, Presidente del Centro Dantesco San Gregorio in Conca, Ufficiale della Repubblica Italiana per meriti culturali, ha presentato all’incontro per Medici di Medicina Generale “La gestione del dolore nell’ambulatorio di Medicina Generale” tenutosi sabato 14 aprile, 2012 a Bertinoro (FC).

dante e medicinaNessuna, fra le espressioni che caratterizzano la Commedia di Dante Alighieri, risulta più celebre di quella relativa alla terribile selva oscura infernale, nella quale il poeta narra di essersi smarrito nella notte fra il giovedì e il venerdì san- to dell’Aprile 1300.
Papa Bonifacio VIII, per la prima volta, sta chiamando a raccolta i cattolici per il grande Giubileo romano ed a tutti appare chiaro, ormai, come i sette giorni del viaggio oltremondano di quel fiorentino di nascita ma non di costumi (Epistola a Cangrande della Scala) costituiscano il pellegrinaggio salvi co per eccellenza.
La gioia d’esser scampato alla selva selvaggia e aspra e forte (Inferno canto I), sfuggendo per di più all’attacco concentrico di lupa, leopardo e leone, suscita nel profondo del cuore del Poeta un’euforia che potremmo facilmente de nire gusto epico o piacevole vertigine conseguente al superamento della perdizione. E così, alle prime luci del mattino di mercoledì 13 Aprile, lo ritroviamo nuovamente impegnato ad attraversare una seconda sel- va, la divina foresta spessa e viva (Purgatorio canto XXVIII) che forma il Paradiso Terrestre, in cima alla montagna del Purgatorio.
Davanti a sé non ha più le tre ere, bensì Matelda, la bella donna che, sull’altra sponda del fiume Letè, coglie ori e va cantando il salmo Beati quorum tecta sunt peccata.

A detta di molti commentatori e soprattutto di Giovanni Pascoli, che tanta parte dei suoi studi ha dedicato a scoprire il velame de li versi strani (Inferno canto IX) dell’opera dantesca, l’ispirazione sarebbe venuta a Dante nel corso della frequentazione della pineta di Ravenna, molto prima del 1319, anno della sua de nitiva residenza in Romagna.
E la datazione risulta plausibile particolarmente alla luce del fatto che il nucleo compositivo iniziale della Commedia dovrebbero essere considerati proprio i canti conclusivi del Purgatorio. Matelda, evidentemente, non rappresenta per l’Alighieri il premio maggiore relativo al pentimento ed alla cancellazione delle sette “P” che l’angelo guardiano gli ha impresso sulla fronte prima di oltrepassare il serrame della porta purgatoriale.

La meta raggiunta è, invece, Beatrice, la beata beatrix, che a quel punto s’incarica di guidarlo no alla candida rosa (Paradiso canto XXX), in cui risiedono i beati del Paradiso Celeste. Essa, però, non va considerata come un singolo ore ma, ancora una volta, una vera e propria terza selva, fatta di rose, il convento delle bianche stole!

Perché, dunque, introdurre attraverso le ampie metafore di tre selve un lavoro di indagine in cui si parla di Dante medico?

La risposta è presto detta: la Commedia costituisce, di per sé, una grande silva, termine con cui durante il Medioevo, ma anche successivamente, venivano definite le opere che oggi chiamiamo interdisciplinari o modulari, al cui interno fosse possibile soddisfare non solamente le ansie poetico-letterarie, ma anche approdare al mondo della politica o dell’innamoramento ( mistico o sensuale), della gastronomia o della sociologia, della religione o della medicina, appunto.
Il tema è qui trattato in forma di luce per non procedere al buio nel tentativo di seguir virtute e canoscenza (Inferno canto XXVI) e gustare il pane degli angeli (Paradiso canto I).

In tale percorso incontriamo un Alighieri sfinito dal dolore, dalla sofferenza fisica e morale, comunicata al mondo ispirandosi al celebre aforisma che Virgilio fa gridare a Didone nel IV libro dell’Eneide: “ Vivit sub pectore vulnus!”
In effetti, la ferita (fisica e morale) di Dante dovette continuare a sanguinare anche quando sembrava guarita: gli mancavano la famiglia, gli amici, Firenze, l’impegno politico, gli amori angelicati e quelli petrosi.

Dunque, risultava abbastanza facile lasciarsi andare allo sconforto in un periodo in cui dominavano la Pedagogia della sofferenza, proclamata da papa Gregorio Magno, e l’idea del Purgatorio, lanciata per la prima volta e con tutta l’autorità del II Concilio di Lione (1274): il male conduce al bene; il dolore porta alla guarigione ed al sollievo ! Atarassìa !

Numerosissime sono le forme di dolore personale ed universale di cui si parla nella Com- media di Dante fra Inferno e Purgatorio:

– Pianto, diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore e accenti d’ira degli ignavi straziati da vespe, mosconi e vermi.

– Libido sensualis o cupiditas habendi di Paolo de’ Malatesti e Francesca da Polenta che sfociano in paura, tremore e svenimento (metus ammittendi).

– Sangue delle anime (Pier delle Vigne) prigioniere negli alberi strani che vede trionfare disperazione e suicidio.

– Il conte Ugolino della Gherardesca ed i suoi gli s niti da depressione e sensi di colpa (parentale e liale) e colpiti da fame che conduce alla morte.

Non si contano, poi, i casi di paura, allucinazione, febbre terzana e quartana, balbuzie, anoressia, bulimia ed obesità (idropisia), debolezza della vista, arsura e mal di testa, dolori articolari ed ustioni, palpitazioni cardiache, freddo e caldo eccessivi, no all’urlo disperato dell’orfano: Virgilio, Virgilio, dolcissimo padre a cui per mia salute diemi ! (Purgatorio XXX).

Tuttavia, quando ormai il lettore sta per cedere a tanto strazio, ecco delinearsi decisa e progressiva l’idea del sollievo e della guarigione: certamente su ogni cosa trionfa il sorriso terapeutico di Beatrice, alla quale conduce Matelda (letto alla rovescia signi ca ad letam, cioè colei che porta a quella che sorride!).

Il suo volto sempre sorridente (tranne che nella celebre scenata di gelosia del canto XXX del Purgatorio) è quanto di meglio l’Alighieri abbia fornito a chi cerca metodi di cura algologici!

S’io fui del primo dubbio disvestito per le sorrise parolette brevi.

Poco sofferse me cotal Beatrice
e cominciò, raggiandomi d’un riso
tal, che nel foco faria l’uom felice.
Da questo passo vinto mi concedo
più che già mai da punto di suo tema soprato fosse comico o tragedo:
ché, come sole in viso che più trema, così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

Come in ogni ciclo di cura che si rispetti, l’incontro guaritore è preceduto da sistemi d’urto, come il sogno terapeutico, cui lo sot- topone santa Lucia, e l’idroterapia ( bevande, abluzioni e bagni) a cui il Poeta è af dato da Matelda stessa nei due umi del Paradiso Terrestre (Letè ed Eunoè).

A coronamento di tutto, non mancano erboristeria ed aromaterapia: il dolce assenzio (Purgatorio XXIII) e le altre erbe officinali (Issopo, Camomilla, Rosmarino, Viola, Rosa ecc.) profumano di sé la selva in sul lito di Chiassi (Pineta di Ravenna) .

In definitiva, dunque, la Commedia di Dante Alighieri rappresenta non solo la speranza ma anche la possibilità reale di guarire dalla malattia dolorosa, poiché dalla sua lettura scaturiscono un pieno benessere ed una straordinaria guarigione (mens laeta, requies et sana dieta, secondo la migliore delle tradizioni benedettine e salernitane!), comunicando a tutti che il dolore (come il peccato, che nell’ottica dantesca è il peggiore dei mali fisici e spirituali) si può e si deve vincere!

Sull’argomento si veda:
Angelo Chiaretti:
Dante Alighieri medico, mago e alchimista Edizioni Mediamed. Milano, 1999.