Arte e dolore

Autori:
Dott.ssa Camilla Olivieri – Fondazione per la Qualità di Vita, Rimini
Dott.ssa Laura Ravaioli (Psicologa e psicoterapeuta) – Medicina del Dolore e Spine Center 

L’evento “Arte e Dolore” si è tenuto presso il Poliambulatorio di Medicina del Dolore, che è anche la sede della Fondazione per la Qualità di Vita in via Montefeltro 66 a Rimini, in occasione dell’edizione 2015 della Festa del Borgo Sant’Andrea.

Esso è stato pensato per coinvolgere i partecipanti in un percorso sull’esperienza del dolore, con la  proiezione nei locali interni della Fondazione delle opere del progetto “PAIN Exhibit”.

PAIN Exhibit è un’organizzazione no-profit nata nel 2012 in California ad opera di Mark Collen, con il fine di usare l’arte come mezzo per dare voce a coloro che soffrono in silenzio e come uno strumento visivo per educare sull’argomento dolore cronico gli operatori sanitari e il grande pubblico.

Mark Collen ha fondato l’organizzazione in seguito alla sua esperienza con il dolore cronico, conseguente ad un’ernia del disco in zona lombare. Dopo aver cercato di ottenere per molti anni, senza successo, una gestione di qualità del dolore e rendendosi conto che, per quanto si sforzasse, non era in grado di esprimere la vera portata del suo dolore ai medici, Mark iniziò a produrre pezzi artistici sulla sua sofferenza come modo per condividere visivamente la sua esperienza con i dottori.

Dopo aver mostrato la sua produzione artistica agli specialisti che lo avevano in cura, i risultati dei trattamenti migliorarono. L’arte era più efficace nel comunicare il dolore di quanto le parole avrebbero mai potuto essere.

Come risultato della sua esperienza, nel 2001 Mark decise di contattare altri artisti con dolore cronico e mettere insieme una collezione online di opere d’arte che esprimessero le diverse facce dell’esperienza dolore.

La risposta è stata maggiore delle aspettative ed artisti da tutto il mondo si sono volontariamente uniti a Mark nel condividere on-line con il pubblico la propria esperienza sul dolore attraverso le loro opere d’arte. Queste persone parlano ed esprimono la sofferenza attraverso le loro opere, che diventano un mezzo per dare voce e corpo ad un vissuto che spesso è molto difficile da comunicare a parole.

La Fondazione per la Qualità di Vita è grata a PAIN Exhibit ed orgogliosa di aver ospitate la proiezione delle opere all’interno della propria sede per questo primo evento artistico di sensibilizzazione alla tematica del dolore cronico.

A chiusura dell’iniziativa è stato proiettato il film “Frida”, uscito nel 2002 e diretto da Julie Taymor, incentrato sulla tormentata vita privata della pittrice messicana Frida Kahlo, la cui produzione artistica è espressione della sua sofferenza fisica e psicologica. Tratto dalla biografia di Hayden Herrera, il film vanta un cast di tutto rispetto: oltre alla bravissima Selma Hayek, anche Edward Norton e la “nostra” Valeria Golino, e due premi Oscar come Miglior Trucco e Miglior Colonna Sonora, il cui tema principale è firmato da Caetano Veloso. Secondo le critiche, il grande pregio del film è presentare una Frida Kahlo non “mitizzata” come accade nella (stra)grande maggioranza del film biografici, ma descritta anche nelle sue fragilità… e spigolosità. Questo è un aspetto che si ritrova anche nelle sue tante biografie, alcune romanzate, e dal suo diario, che non nasconde il suo carattere capriccioso ed a volte manipolatorio. Ma perchè è stato scelto proprio il film “Frida”, o meglio, la storia di Frida Kahlo? Un tardo pomeriggio del settembre 1925 Frida Kahlo viaggiava su un autobus che incorse in un terribile incidente conseguente al quale riportò fratture multiple e la schiena trafitta da un corrimano; allora aveva diciotto anni e non era ancora la favolosa pittrice messicana ne’ l’appassionata moglie di Diego Rivera.

Da quel momento sviluppò una sintomatologia dolorosa devastante che la portò a sottoporsi a diversi interventi chirurgici, in Messico e negli Stati Uniti, cercando un sollievo che non ottenne mai completamente. Cominciò a dipingere autoritratti per superare la noia di una immobilità cui fu costretta per mesi, mettendo su tela quell’immagine riflessa dallo specchio montato sul suo baldacchino. Fu così che le conseguenze fisiche e psicologiche del trauma determinarono ed influenzarono la sua pittura tanto quanto, successivamente, il suo turbolento matrimonio.

Alcuni clinici moderni hanno provato a ricostruire le sue condizioni cliniche cercando di formulare una diagnosi; la sua bisessualità e disponibilità a sottoporsi a interventi chirurgici inefficaci ed una certa tendenza alla manipolazione sono stati letti come causa, sintomo e malattia e posti sotto il nome di nevrastenia, alcolismo, ipocondria (Oliva e Sanfo, 2003); sulla base dei dolori da lei descritti nei dipinti alcuni hanno ipotizzato una sindrome fibromialgica (Draenert, R.; Kellner, H., 2000) che in ogni caso ora sarebbe impossibile da confermare e che rimangono dunque mere speculazioni, senza la visita della paziente.

Insofferente ad ogni classificazione, Frida rifiutò l’etichetta di surrealista, nonostante avesse trovato in quel movimento suoi appassionati sostenitori, tra cui André Breton che descrisse la sua arte come “un nastro intorno a una bomba” (1938).

Frida morì il 13 luglio 1954, appena compiuti i quarantasette anni; la causa ufficiale di morte fu un’embolia polmonare, sebbene alcuni sospettino una overdose da farmaci non accidentale.

La storia di Frida Kahlo ha offerto quindi, anche al pubblico presente in sala, l’opportunità di riflettere e discutere insieme, al termine della proiezione, sulla condizione dei pazienti con dolore cronicizzato, con cui si intende la mancanza di risposta al trattamento medico, un dolore “centralizzato”, memorizzato nei circuiti del sistema nervoso centrale e che attualmente rappresenta un enigma irrisolto per la Medicina del Dolore: perché, indipendentemente dalla lesione anatomica, in alcuni pazienti il dolore può essere controllato mentre in altri tende a cronicizzare (Katz, 2012)?